Gaetano Saya minaccia e insulta Alessandro Gilioli

Domenico Scilipoti

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    Duro attacco al blogger e giornalista de L’Espresso Alessandro Gilioli. A parlarne Lettera Viola, il magazine del popolo viola. Autore dell’attacco il rifondatore del Movimento Sociale Italiano (Msi) Gaetano Saya. Al centro della vicenda la partecipazione dell’esponente dei Responsabili Domenico Scilipoti al convegno del nuovo Msi che si è svolto ieri a Genova.

    Tutto ha avuto inizio quando il giornalista Gilioli ha commentato la notizia della partecipazione di Scilipoti al convegno. Alessandro Gilioli ha scritto: ‘Dunque: Domenico Scilipoti domani sarà a Genova a fare da testimonial al ‘convegno straordinario’ del nuovo Msi. Il nuovo Msi è il partito di Gaetano Saya: sì, il nazistoide delirium che ti vende per un’ottantina di euro il kit con uniforme grigia e similsvastica. No, dico: va bene, è normale? E’ normale che in Italia un parlamentare della maggioranza – pubblicamente elogiato e stimato da Berlusconi – sia pappa e ciccia con i seguaci del Fuhrer?‘.

    Parole alle quali il rifondatore del Msi ha risposto duramente. Gaetano Saya ha detto: ‘Gilioli è un pederasta che la sera batte sulla Cristoforo Colombo. Gilioli gran cesso…tra poco metteranno anche il tuo nominativo nei froci travestiti…ti vendi il culo per 100 euro: 1) noi non siamo antisemiti ; 2) non siamo nazisti; 3) siamo Patrioti, Italiani, Nazionalisti; 4) tu sei un lurido servo di De Benedetti, che per arrotondare il suo magro stipendio di scribacchino, fai l’omosessuale a pagamento, ovvero, la sera ti travesti per dare via il culo per denaro. No, dico: va bene, è normale? che Gilioli faccia il travestito?? Nessuno, sente il bisogno di prendere le distanze da Gilioli??? Che avrà di sicuro l’AIDS, visto che fa sesso con tutti i luridi…come lui…porco, depravato, pederasta, finocchione, ricchione, culattone, piglialainculo. Dimenticavamo, i cannoli del Presidente…te li mettiamo nel culo…dai che più sono grossi più ti piacciono, gran porco maniaco‘.

Outing di massa politici gay e omofobi

listaouting

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    Sono stati pubblicati i primi dieci nomi dei politici gay, ma omofobi. E’ così partito il primo outing di massa ‘contro l’ipocrisia’, iniziativa di cui è promotore Aurelio Mancuso, presidente di ‘Equality Italia’ (leggi la notizia).

    Sul sito che ospita la lista il gruppo di attivisti anonimi ha pubblicato i nomi di dieci politici italiani omosessuali non dichiarati e omofobi, tra loro anche un ministro e un presidente di Regione. I primi dieci nomi sono tutti di esponenti di centrodestra.

    Nei giorni scorsi, attraverso il sito che ospita la lista, il gruppo di attivisti anonimi ha fatto sapere: ‘Abbiamo deciso di iniziare con questi primi dieci nomi per far comprendere chiaramente come nel Parlamento italiano viga la regola dell’ipocrisia e della discriminazione. I politici di cui conosciamo le vere identità sessuali sono molti altri, presenti in tutti i partiti, per ora ci limitiamo a pubblicare un estratto di quelli appartenenti ai partiti che hanno votato contro la legge sull’omofobia. Da ora in poi quando avverranno attacchi nei confronti della comunità lgbt da parte della gerarchia cattolica, del mondo dell’informazione, della politica, ci riserveremo la facoltà di rispondere adeguatamente‘.

    L’iniziativa ha sollevato non poche polemiche, si è parlato di violazione della legge sulla privacy, e l’iniziativa sarà ora oggetto di analisi da parte del garante della privacy e della stessa polizia postale. Ma a quanto pare tanti sono i favorevoli. Come riportato dal quotidiano La Repubblica, secondo un sondaggio del portale Gay.it, con cui è stato raccolto il parere di circa 1500 persone, è emerso che il 75 per cento degli interpellati si è detto favorevole all’outing dei politici omosessuali e omofobi; contrario il rimanente 25 per cento.

Tymoshenko sentenza per abuso di potere

Tymoshenko: colpevole di abuso di potere

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    Yulia Tymoshenko rischia fino a 7 anni di carcere per abuso di potere. L’accusa formulata dai pubblici ministeri contro l’ex primo ministro ucraino e leader dell’opposizione è chiara e trova avvallo nelle parole del giudice Rodion Kireyev: “nel gennaio 2009 Yulia Tymoshenko, esercitando il ruolo di primo ministro, ha abusato dei suoi poteri per fini criminali e, agendo deliberatamente, ha portato ad azioni con gravi conseguenze“.

    Yulia Tymoshenko, la ‘statista più bella del mondo’

    La sentenza non è ancora stata pronunciata, ma come paventa l’alta rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, “la nostra impressione rimane che si tratti di una applicazione molto selettiva della giustizia“. L’intero processo e la condanna della Tymoshenko avrebbero infatti una matrice puramente politica e – secondo i sostenitori della Tymoshenko – sarebbero stati orchestrati dall’attuale presidente Viktor Yanukovich per eliminare un’avversaria pericolosa.

    I fatti per i quali l’ex imprenditrice convertita alla politica rischia il carcere risalgono al 2009, quando dopo una lunga contrattazione la Tymoshenko ordinò all’azienda statale di energia Naftogaz di firmare un contratto decennale per la fornitura di gas con la Russia di Putin. Secondo l’accusa, questa decisione causò alla società nazionale un danno del valore di circa 138 milioni in Euro, “più di 250 volte l’entità del reddito minimo di un comune cittadino ucraino“.

    Tuttavia, l’impressione condivisa non solo dai sostenitori dell’ex primo ministro, ma anche da gran parte dell’opinione pubblica europea è che dietro l’intera vicenda ci sia Viktor Yanukovich, intenzionato a fare condannare pubblicamente la rivale per deligittimarla sulla scena politica nazionale e internazionale.

    La Tymoshenko ha comunque annunciato che, a prescindere dal verdetto, il suo impegno politico resterà immutato – “il verdetto non cambierà niente nella mia vita, nella mia lotta, continuerò le mie battaglie per l’Ucraina e il suo futuro” – e che in caso di condanna farà ricorso alla Corte Internazionale perché “voi sapete che questa sentenza non viene pronunciata dal giudice Kireyev ma dal presidente Yanukovich“.

    Intanto, fuori dal Tribunale Distrettuale di Pechersky, a Kiev, si sono radunati centinaia di sostenitori della Tymoshenko, che al grido di “Libertà per Yulia!” e “Abbasso i banditi!” sono in attesa di conoscere la sentenza. A fronteggiarli ci sono alcuni miliziani del Berkut, le unità di elite del ministero dell’Interno, ma secondo i reporter presenti sul posto la situazione è tranquilla e, addirittura, i manifestanti avrebbero predisposto una tendopoli, a voler anticipare la decisione di una resistenza pacifica a oltranza.

Strage Ustica, arriva il risarcimento

aereo

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    I ministeri della Difesa e dei Trasporti dovranno pagare 100 milioni di euro di risarcimento ai parenti in linea diretta delle 81 vittime della strage di Ustica. A stabilirlo il giudice Paola Protopisani della terza sezione civile del tribunale palermitano. Lo Stato deve pagare per non aver saputo garantire la sicurezza ai cittadini e per aver contribuito a occultare le prove. Dopo tanti anni di silenzi, omertà e depistaggi, arriva una svolta, seppur piccola.

    Sono trascorsi trentuno anni dal quel 27 giugno del 1980 e adesso, al termine di un’istruttoria durata tre anni, un giudice della Repubblica ha riconosciuto che nell’abbattimento del Dc 9 Itavia vi fu certamente responsabilità da parte di chi era chiamato a fare in modo che il volo decollato dall’aeroporto Guglielmo Marconi di Borgo Panigale di Bologna arrivasse incolume a Palermo dove era destinato.

    Gli avvocati hanno affermato che ‘il risultato della vicenda processuale rende giustizia per l’ultratrentennale tortura a goccia che i parenti delle vittime hanno dovuto subire ogni giorno anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato‘. Secondo i legali, questa sentenza può contribuire a far riaprire una vicenda processuale che si è chiusa sul piano penale nel 2007 con una sentenza di non colpevolezza (leggi la notizia), definita dai più vergognosa. Adesso, invece, si capisce che fu un missile, probabilmente di nazionalità francese o statunitense, ad abbattere il volo del DC9 Itavia.

    Il Dc 9 Itavia, in volo da Bologna a Palermo, precipitò nel mar Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica in acque internazionali la sera del 27 giugno 1980. L’incidente fece 81 vittime: 77 passeggeri, tra cui 11 bambini, e quattro membri dell’equipaggio. Le ipotesi su quanto sia accaduto quella sera parlano di un missile che ha colpito il velivolo, o di una bomba a bordo collocata da terroristi, o di un aereo scontratosi col DC9.

Sciopero scuola 7 ottobre 2011

Sciopero: la scuola suona la sveglia al governo

    Foto:LaPresse

    La scuola suona la sveglia a Palazzo Chigi. E lo fa in modo letterale, dando il via alla giornata di manifestazioni nazionali del 7 ottobre contro i tagli alla cultura e i disagi delle ‘classi-pollaio’ con un blitz all’alba sotto le finestre del palazzo del governo a Roma. Armati di orologi da tavolo studenti e professori hanno fatto fatto partire un concerto di ‘trilli’ per esprimere la propria protesta.

    Abbiamo voluto iniziare la giornata di oggi con un bliz davanti palazzo Chigi all’alba, portando delle sveglie a questo governo, per dire che la loro ora ormai è arrivata, questa generazione non vuole che si perda altro tempo” ha spiegato la Rete degli studenti, aggiungendo che “oggi scenderà in piazza in tutto il Paese e domani a Roma con i lavoratori e le lavoratrici della Cgil, per dire che c’è un Paese che si è risvegliato da tempo e che non ha più intenzione di subire le politiche di questo governo che continua a distruggere la scuola, l’università, la ricerca e il nostro futuro, continuando a far pesare la crisi soltanto sui più deboli e mantenendo intatti i privilegi di pochi“.

    La manifestazione – partita in contemporanea alle 10 in oltre 90 città italiane – è solo la prima di un ottobre che si preannuncia particolarmente ‘caldo’. Sabato 8, infatti, la Rete degli studenti e l’Unione degli universitari si uniranno al corteo romano della Cgil dei dipendenti del pubblico impiego e del settore istruzione e conoscenza: la manifestazione prenderà le mosse nel primo pomeriggio di sabato da piazza della Repubblica e terminerà in piazza del Popolo.

    Il 15 ottobre invece si celebrerà la ‘Giornata europea di mobilitazione contro le politiche della Bce, del Fmi e dei Governi nazionali’, organizzata da comitati, movimenti, reti, organizzazioni sociali, rappresentanze sindacali e politiche per “dar vita a un percorso di mobilitazione permanente per la difesa dei diritti, del lavoro e della democrazia, contro le politiche anti crisi che difendono profitti e speculazione“. L’appuntamento in questo caso è per le ore 14, sempre a Roma in piazza della Repubblica: il corteo si snoderà per la città e terminerà infine in piazza San Giovanni.

    Una manifestazione, quest’ultima, che sarà preceduta da quattro giorni – dal 10 al 14 ottobre – di incontri, assemblee e conferenze organizzati dai promotori non solo all’interno delle università, ma anche nelle piazze delle singole città italiane. “Siamo in piazza per ribadire il nostro no ad una politica di continui tagli alla formazione, di riforme calate dall’alto. A tutto ciò fin dallo scorso anno abbiamo contrapposto non solo la forza dei nostri ‘no’, ma anche e soprattutto la forza delle nostre proposte“, spiega l’Unione degli studenti nel suo comunicato e invita ad approfondire il proprio programma sul blog altrariforma.it e a seguire lo svolgersi della protesta su Twitter, Facebook e sui siti delle singole associazioni partecipanti.

Caso Ruby: Fede, Minetti e Mora rinviati a giudizio

Fede, Minetti e Mora rinviati a giudizio per il caso Ruby

    Foto:LaPresse

    Rinviati a giudizio Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora. Il tribunale di Milano ha ritenuto fondate le accuse
    di induzione e favoreggiamento della prostituzione in relazione ai (presunti) festini ad Arcore a carico dei tre
    e ha fissato la prima data del dibattimento per il prossimo 21 novembre davanti alla quinta sezione penale.

    Leggi tutti gli aggiornamenti sul caso Ruby-Berlusconi

    Dunque niente proscioglimento per il direttore del TG4, il consigliere regionale della Lombardia e l’agente dei
    vip – come richiesto dagli avvocati – e anzi la contemporanea decisione da parte della corte di respingere la
    richiesta di trasferire gli atti al Tribunale di Messina in considerazione dell’eccezione di incompetenza
    territoriale delle difese degli imputati.

    Tutto secondo le previsioni, anche se la velocità è inusuale” hanno commentato con sarcasmo i legali di Lele
    Mora, alludendo alla rapidità di svolgimento del processo. Osservazione che non ha mancato di fare anche
    l’avvocato di Emilio Fede, Gaetano Pecorella, spiegando che sono stati battuti due record: “primo, il giudice ha
    dato ragione solo al pm e secondo, non era mai stata fissata una udienza a meno di due mesi dal rinvio a
    giudizio. In nessun processo ci sono stati tempi così ravvicinati
    “. Telegrafico invece il commento del difensore
    di Nicole Minetti, Pier Maria Corso: “ci difenderemo davanti al Tribunale“.

    E se la strategia difensiva di quest’ultima sembra essere quella di addossare ogni responsabilità a Giampaolo
    Tarantini – accusando l’imprenditore di essere lui l’intermediario che si occupava di portare le ragazze ad
    Arcore – il legale di Emilio Fede ha invece tentato una mossa a sorpresa, chiedendo la trascrizione di tutte le
    telefonate, tra cui alcune che che non sono mai state trascritte e che riguardano Silvio Berlusconi e
    l’europarlamentare Licia Ronzulli. Tuttavia la richiesta è stata respinta dal gup in considerazione della
    richiesta dei pm di salvaguardare le prerogative dei parlamentari.

    E se per la ‘cricca’ la situazione non è rosea, meglio non va a Silvio Berlusconi. I giudici milanesi hanno
    infatti respinto la richiesta avanzata dagli avvocati del Presidente del Consiglio di sospendere il processo fino
    al 15 febbraio, in attesa di conoscere la decisione della Consulta sul conflitto di attribuzione tra poteri dello
    Stato. Unico imputato a Milano nell’ambito dell’inchiesta Ruby – che lo vede accusato di concussione e
    prostituzione minorile – il Cavaliere dovrà dunque presentarsi in aula il prossimo 22 ottobre.

    Piero Longo – difensore del Premier insieme a Niccolò Ghedini – ha argomentato davanti ai giudici che a indagare
    il Presidente del Consiglio è competente il Tribunale dei Ministri e che non c’è urgenza nel celebrare il
    processo perché non ci sono imputati detenuti e testimoni molto anziani, ma il procuratore Ilda Boccassini si è
    immediatamente opposto, sostenendo che il codice di procedura penale non prevede l’obbligo della sospensione in
    casi come questi a meno di ragioni di opportunità che, nella situazione specifica, non sussistono.

    Un ‘no’ che Niccolò Ghedini ha giudicato “uno schiaffo alla Corte Costituzionale“, lamentandosi anche
    dell’accelerazione impressa dai giudici al processo e del mancato rispetto degli accordi per i quali le udienze
    avrebbero dovuto tenersi il lunedì: “noi questo accordo lo abbiamo rispettato, il tribunale no“.

Silvio Berlusconi e la frase su Angela Merkel

Merkel - Berlusconi

    Foto:LaPresse

    In breve tempo ha fatto il giro dei social network e dei mezzi di informazione una frase attribuita al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul cancelliere tedesco Angela Merkel. Secondo alcune voci, che tuttavia non hanno trovato conferma, il premier avrebbe detto: ‘La Merkel culona inchiavabile‘.

    A quanto pare in Transatlantico due onorevoli hanno parlato di questa presunta affermazione e la frase è stata captata da un giornalista. Le parole che il presidente del Consiglio avrebbe pronunciato sono state subito postate su Facebook e riprese dai media. Ne ha parlato anche Il Fatto Quotidiano.

    La frase incriminata sarebbe stata pronunciata da Berlusconi nel corso di una telefonata con l’imprenditore pugliese Giampaolo Tarantini. Il contenuto di questa telefonata dovrebbe essere nelle intercettazioni ancora non rese pubbliche, le stesse in cui il premier ha definito l’Italia un ‘Paese di merda‘ (leggi la notizia). Bisogna comunque sottolineare che le voci non hanno trovato alcuna conferma, anche se, a quanto pare, i deputati del Pdl appaiono alquanto preoccupati.

Governo: c’è la fiducia

Berlusconi tiene, il Governo incassa la fiducia

    Foto:LaPresse

    Con 316 voti favorevoli e 301 contrari il governo ottiene la fiducia e va avanti. La strategia dell’opposizione
    di far fallire il numero legale si scioglie infatti come neve al sole quando cinque deputati Radicali eletti alla
    Camera nelle liste del Pd entrano in Aula per votare ‘no’: con la loro presenza la soglia minima è superata e a
    quel punto il resto dell’opposizione non può far altro che iniziare a votare a sua volta.

    Un risultato sul filo di lana sul quale però Berlusconi ha sempre ostentato sicurezza – “fallirà anche questo
    agguato
    ” ha detto ai cronisti durante le operazioni di voto – e che a suo dire sortisce un effetto doppiamente
    negativo per i partiti dell’opposizione che, oltre a non aver raggiunto il proprio obiettivo, hanno messo in
    mostra “un’immagine su cui gli italiani rifletteranno“.

    Laconico il commento del leader del Pd, Pierluigi Bersani, che riferendosi ai numeri della maggioranza ha detto:
    in ogni caso sono destinati a scendere“, pensiero condiviso anche da Antonio Di Pietro – “la maggioranza non c’è. È solo numerica e non politica, e non sarà in grado di legiferare giorno per
    giorno
    ” – e da Dario Franceschini: “ogni volta che si vota la maggioranza perde pezzi. Oggi hanno perso tre voti
    rispetto all’ultima fiducia e l’opposizione ha il dovere di provarci ogni volta. Di questo passo non siamo
    lontani
    “.

    Il voto di oggi, tuttavia, ha ridisegnato alleanze ed equilibri, riavvicinando Scajola – che ha votato ‘sì’ – e il
    suo gruppo di dissidenti al Cavaliere, e creando una spaccatura nell’opposizione. Inferocita con i Radicali Rosy
    Bindi: “ho dovuto aspettare le decisioni di altri. Per me è chiusa da un pezzo. Continuano a comportarsi da
    autosospesi, come ha detto Bersani le nostre strade sono divise e checchè ne dica Pannella la nostra porta dalla
    parte giusta
    “, meno drastico e possibilista sull’eventualità di ricucire lo strappo Franceschini: “i Radicali non
    sono stati determinati
    “. Secondo il capogruppo del Pd alla Camera, infatti, i 315 voti necessari per il numero
    legale erano già stati raggiunti prima dell’ingresso dei cinque Radicali ‘scissionisti’, anche se questo non cancella il tradimento consumato nelle fila dell’opposizione.

    Tra i ‘ribelli’ della maggioranza, invece, non hanno votato Fabio Gava e Giustina Destro del Pdl, Luciano
    Sardelli di Popolo e Territorio, Santo Versace – fuoriuscito dal Pdl – Calogero Mannino del Gruppo Misto, Antonio
    Buonfiglio – in procinto di lasciare Fli – Alfonso Papa e Piero Franzoso, ma quest’ultimo era impossibilitato
    perché ricoverato in ospedale.

    Dopo aver incassato la fiducia, parlando con i giornalisti presenti Silvio Berlusconi ha detto che in serata si
    recherà al Quirinale per discutere, tra l’altro, anche della nomina del nuovo governatore di Bankitalia e che
    nell’arco di una settimana sarà pronto il Ddl sviluppo, approvato il quale “mi trasferirò, come sede principale
    di lavoro, in Parlamento
    “.

Berlusconi telefonata a Lavitola

Berlusconi a Lavitola: facciamo fuori il tribunale di Milano

    Foto:LaPresse

    E’ l’ottobre del 2009. Il Lodo Alfano è appena stato giudicato incostituzionale e Silvio Berlusconi è alle prese
    con la questione dei fondi all’editoria. Il Premier è stanco e insoddisfatto e sfoga la propria frustrazione con
    Valter Lavitola, il faccendiere latitante all’epoca direttore del quotidiano L’Avanti!. La rivelazione shock è di
    Repubblica, che apre il giornale di oggi con una serie di intercettazioni tra il Presidente del Consiglio e il
    suo fido “plenipotenziario occulto“.

    Le telefonate, che coprono un arco di tempo dal 20 al 30 ottobre, rivelano un rapporto di confidenza e di fiducia
    tra i due, tratteggiando l’immagine di un Berlusconi esasperato e – almeno a sentire la voce – scoraggiato e di
    un Lavitola onnipresente, iperattivo e assillante, al punto da far dire a più riprese alla segretaria del Premier
    lasciami vivere” e “togli il fiato“.

    Ma Lavitola ha le sue buone ragioni per essere così insistente. Intanto è a caccia di soldi per il proprio
    giornale – e per questo pressa il Cavaliere sullo sblocco dei fondi all’editoria – e poi vuole che il Presidente
    del Consiglio in persona intervenga direttamente in merito alla nomina dei nuovi vertici delle Fiamme Gialle.
    Obiettivo dichiarato: fare diventare il generale Emilio Spaziante numero due della Guardia di Finanza.

    Berlusconi ascolta, promette di parlare con Giulio Tremonti e concorda un incontro con Lavitola. Poi, quando
    quest’ultimo chiede un riscontro sul ‘suggerimento’ di Spaziante, il Premier sbotta e si lancia in un’invettiva
    contro i magistrati e l’editoria di sinistra: “siamo nelle mani dei giudici di sinistra, sia nel penale che nel
    civile, che appoggiandosi alla Repubblica e a tutti i giornali di sinistra, alla stampa estera…
    ” “ci fanno un
    culo come una casa
    “, conclude per lui il direttore de L’Avanti.

    Ma il Cavaliere è un fiume in piena. Tira in mezzo il Quirinale – “poi quando in Parlamento decidono qualcosa che
    alla sinistra non va, interviene il Presidente della Repubblica che intanto non te la fa fare prima… come
    quella delle intercettazioni… e poi passa tutto alla Consulta, che hanno occupato, e con undici giudici la
    bocciano
    ” – si lamenta degli insulti della gente comune che lo accoglie al grido di “assassino“, “buffone“,
    vergogna” e infine, esasperato, invoca la rivoluzione per ‘fare fuori’ i magistrati milanesi: “tu capisci che
    siamo a una situazione per cui o io lascio, cosa che può essere anche possibile e che dato che non sto bene sto
    pensando anche di fare, oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera… Portiamo in piazza milioni di
    persone, facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c’è
    un’alternativa…
    “.

    Parole che pesano come piombo e che Lavitola cerca immediatamente di ridimensionare, sdrammatizzando anche con
    una battuta: “Presidente, però se lei mi permette la prima opzione scordiamocela per due o tre motivi: uno, si
    distrugge il Paese, due a lei la fanno a fettine sottili come la… come si chiama lì … la bresaola diventa una
    cosa doppia, e mica solo a lei, a tutti quelli che…
    “. Berlusconi ascolta il consiglio del faccendiere – o forse
    è solo stanco della conversazione – e infine chiude la telefonata rinviando ogni discussione al loro
    appuntamento: “ci vediamo venerdì, ciao“.

Berlusconi: nessuna alternativa dopo di me

Berlusconi: nessuna alternativa a questo governo

    Foto:LaPresse

    Sulle orme del re di Francia Luigi XV e della sua celebre frase “dopo di noi, il diluvio“, ieri Berlusconi nel
    suo discorso all’Aula di Montecitorio ha ribadito chiaramente un concetto: “non c’è alternativa credibile a
    questo governo nelle assemblee elette di Camera e Senato
    “. E se oggi la fiducia non dovesse arrivare,
    l’aternativa è una sola: “tornare al voto“.

    Impraticabile dunque per il Cavaliere l’ipotesi di un governo tecnico, perché non risolverebbe “i problemi del
    Paese
    ” e non avrebbe “la forza di un governo democraticamente eletto“. Del resto, parlando di una
    opposizione frastagliata e divisa” che oggi “è addirittura sparita e partecipa a una campagna demolitoria“, il Presidente
    del Consiglio ancora una volta rimarca con forza il concetto cardine intorno al quale ruota tutto il suo
    discorso: “il nostro governo andrà avanti“.

    In che modo ancora non si sa. Le trattative in Transatlantico sono frenetiche e se ieri mattina dagli scranni
    della Camera Berlusconi tendeva una mano ai centristi – “chi vuole erigere patiboli di carta e sfregiare il Paese
    e continuare a lapidare ogni giorno un nuovo capro espiatorio, sappia che ci troverà come ostacolo
    insormontabile sulla sua strada. Mentre chi vuole fare proposte concrete e prepararsi alle elezioni del 2013 sarà
    un interlocutore utile al Paese
    ” – nel pomeriggio le rassicurazioni per alleati e fedelissimi sono diventate la
    sua principale preoccupazione.

    Sostenuto dal fedele Verdini, infatti, il Cavaliere ha ricevuto fino a tarda sera un vero e proprio esercito di
    ‘questuanti’ che cercavano nelle parole del loro leader la certezza che il governo non cadrà e che lo stato di
    fatto sarà mantenuto senza ribaltoni di sorta. E pare che il pellegrinaggio abbia dato i suoi frutti se – come si
    sussurra nei corridoi di Montecitorio – la maggioranza dovrebbe ottenere la fiducia con un numero di voti
    oscillante tra 318 e 319.

    Certo, se la soglia dovesse scendere sotto 315 (metà dei seggi alla Camera) la probabilità di un altro “incidente
    parlamentare
    ” – come il Presidente del Consiglio ha definito la bocciatura del rendiconto dello scorso mercoledì –
    sarebbe elevato e l’ipotesi di chiedere nuovamente la fiducia segnerebbe inevitabilmente la fine del governo. Un
    rischio che Berlusconi teme in considerazione soprattutto del fatto che la votazione di oggi sarà effettuata
    immediatamente dopo il consiglio dei ministri sui tagli ai ministeri.

    Senza contare l’insofferenza di molti membri di partito per il numero uno dell’economia Tremonti e le fronde
    separatiste guidate da Claudio Scajola, anche se l’ex ministro pare orientato a dare il suo voto di fiducia al
    Cavaliere, pur precisando: “se ho scoltato quegli elementi di rilancio che chiedevo? Questo è un altro
    discorso…
    “. La verità è a un passo: le operazioni di voto infatti inizieranno alle 12.30 e in tarda mattinata
    si saprà quale ‘dopo’ attende l’Italia.